giovedì 26 maggio 2016

VILLAGGIO ALPINO DI BOAREZZO (VA) foto contemporanee di Gualtiero Monti - foto d'archivio www.valganna.info/

Il Villaggio del TCI è un luogo ameno, immerso nel folto del bosco. La costruzione iniziale risale circa al 1920 e si è sviluppata nel tempo con l’aggiunta di vari corpi abitativi, i cui costi di costruzione e gestione erano coperti da lasciti di benefattori, soprattutto perché lo scopo era quello di ospitare gli orfani della guerra. Una lapide apposta sul montante di destra del portale d’ingresso riconduce a questo intento; l’iscrizione è stata cancellata, ma se ne può ricostruire il contenuto, seppur limitatamente ad una parte. Dove possibile, vi si legge:

LA PATRIA MADRE QUI’ ACCOGLIE
LE FANCIULLEZZE CHE SOFFRONO
PERCHE’ NATURA LE TEMPRI
AI FINI DELLA VITA IMMORTALI.

In seguito la gestione fu affidata al Touring Club Italiano, che ne ha fatto un Villaggio Alpino.
Il Villaggio nasce alla fine della Prima Guerra Mondiale, come sostentamento ai fanciulli gracili e poveri, orfani di guerra o figli di combattenti. I bambini trascorrevano al villaggio a turno uno o più mesi ciascuno. Per loro era un'occasione per stare bene, potevano giocare immersi nel verde, andare con lo slittino quando nevicava, stare con gli altri bambini. Inoltre il villaggio era in un certo senso autonomo: all'interno c'era una chiesetta e un piccolo ospedale. C'era tutto il necessario per poter ospitare i bambini anche per lunghi periodi.
Alcune righe tratte dai documenti scritti ritrovati: 'Ogni anno sui primi di luglio, la stanzioncina di Ganna, ch'è a mezza via fra Varese e Luino, assiste ad un festoso arrivo che si ripete altre due volte nella stagione, una vispa e stupita schiera di maschietti e di bimbette che, inquadrata da uno stato maggiore di volenterose persone, infila da lì a poco una ombrosa viottola che mena verso l'alto'.
Il 1922 è l’anno benedetto del Villaggio, un nuovo edificio si aggiunge agli esistenti, la villa dell’ampio portico, affettuosamente ideata e vigilata durante la costruzione della’ing. Italo Vandone, benefico asilo che come cantò il Bertacchi in un epigrafe alata come una strofa, Mario Pandini “dall l’alto dell’eroica sua morte al padre orbato inspirò svolgendo il dolore in amore”
L'organizzazione si arrichisce di nuovi impianti, dalla cabina trasformatrice dell’energia elettrica alla installazione della luce, dalle docce all’orto, dalla cinta in ferro spinato del parco alla stalla per le mucche, dalla lavanderia al cinematografo, e finalmente, voto lungamente sospirato, la cappella che vigili le giornate dei piccoli coloni, li dispensi dallo scendere ogni domenica a Boarezzo per l’adempimento dei doveri religiosi.
Il Villaggio poteva ora meritare tal nome, accoglieva in sé tutte le installazioni, tutte le provvidenze, tutte le risorse di una piccola città in miniatura.
Nel 1927 il Villaggio alpino si arrichì di due altre utilissime costruzioni, il munifico consigliere Gerolamo Serina, assunse interamente a suo carico le spese della costruzione di un secondo acquedotto, elevando per tal modo centomila litri la riserva di freschissima acqua nei mesi di magra delle sorgenti alpine.
Mentre Federico Johnson per onorare la memoria di Luigi Vittorio Bertarelli l’indimenticabile presidente del TCI, gli ha dedicato un bellissimo e utilissimo padiglione per l’assistenza sanitaria dei piccoli.
Il Villaggio alpino del TCI ha anche la sua scuola, che funziona egregiamente durante il periodo invernale. La colonia invernale ? Ma sicuro al Villaggio si passa di sorpresa in sorpresa e tutte belle.
Dal 1928 il Villaggio alpino apre le sue villette a un piccolo numero di fanciulli, scelti fra le famiglie più povere, e li ospita per tutta la durata dell’inverno a scopo di cura preventiva antitubercolare.
Inoltre era necessario che la colonia avesse anche il carattere di scuola, affinché i fanciulli chiamati a goderne i vantaggi da un punto di vista, diremmo così, materiale, non si vedessero poi costretti a perdere un anno di insegnamento, ma potessero, ritornando in città in seno alle loro famiglie, riprendere lo studio in condizioni di uguaglianza rispetto ai loro compagni.
Ed ecco tutta commissione al lavoro, per risolvere rapidamente le varie incognite del problema. Al riscaldamento fu provveduto con un impianto di stufe in tutti i locali che avrebbero dovuto funzionare nell’inverno, in quanto al quale provvidero alcuni dei nostri benemeriti, sempre pronti a rispondere ad ogni appello per un’opera di bene. Nelle spaziose cantine furono raccolte le provviste nella quantità richiesta da tre mesi di esercizio, perché nell’inverno il Villaggio è non di rado bloccato dalla neve, è l’unica via di accesso è allora la mulattiera, che richiede però una fatica non lieve per la battuta e non consente che piccoli trasporti.

Oggi il Villaggio stà dormendo... le ultime mie informazioni in possesso mi danno la chiusura intorno alla fine degli anni '80






























IL CERCHIO SACRO DI GOLASECCA (VA)

A Golasecca ci si può immergere nella preistoria, alla ricerca dei misteri di un’antica civiltà scomparsa. L’abitato si trova al centro di una vasta area archeologica da cui prende il nome la cultura di Golasecca, presente sulle sponde del Ticino e intorno ai laghi Maggiore e di Como nella prima età del Ferro, tra il IX e il IV secolo a.C. Qui una popolazione di origine celtica viveva in piccoli e grandi villaggi formati da capanne costruite con tronchi di legno, paglia e fango essiccato, dedicandosi all’allevamento del bestiame, alla tessitura, ma soprattutto al commercio di ambra, sale e stagno attraverso i passi alpini e la navigazione sul Ticino e sul Po, fungendo da tramite fra gli Etruschi stanziati nell’area tirrenica e le popolazioni celtiche del centro e nord Europa. Da Golasecca camminando per 2 km nel sentiero del Monsorino si giunge all’antica necropoli dove i “cromlech”, recinti circolari di grosse pietre, delimitano le aree sepolcrali scoperte nel 1965 insieme con le urne cinerarie, le armi, gli ornamenti personali e gli oggetti di corredo tombale che accompagnavano i defunti nel loro viaggio verso l’aldilà.
Col passare dei millenni il significato dei tumuli e dei cerchi di pietra fu obliato. Secondo le leggende medievali questi siti (fairy circles), insieme a quelli delineati in autunno dai funghi costituivano i luoghi per eccellenza dove le fate e le streghe danzavano nella notte durante i loro riti magici: luoghi da cui tenersi lontani, a rischio di incorrere in una maledizione, o perfino di essere catturati e rimanere prigionieri degli spiriti per l'eternità.
Anche secondo Plinio il Vecchio, autore romano ma di sangue celtico (nacque a Como nel 23 d.C), tutto ciò accadde prima che gli uomini usassero violenza sul popolo della fate, rendendole per sempre invisibili. Da allora gli abitatori del bosco vivrebbero ancora relegati nel regno dell’ombra, un paradiso sotterraneo dove solo allo sguardo dell’iniziato è concesso scorgere qualcosa oltre la realtà percettibile.






SANT'ARIALDO - L'ERETICO CHE MORALIZZO' LA CHIESA PARTENDO DA VARESE

il 27 giugno, Angera celebra Sant’Arialdo con la tradizionale processione delle barche illuminate. La fiaccolata sul lago avrà inizio alle 21 e partirà dal porticciolo di fronte al Santuario della Madonna della Riva fino a raggiungere l’Isolino Partegora. Ma cosa lega la storia di Arialdo da Carimate, vissuto nell’anno Mille, alla cittadina della Rocca? 
Arialdo era originario della Brianza, probabilmente di Cucciago (o forse di Carimate). Venne ordinato diacono per l'Arcidiocesi di Milano.
Arialdo, insieme a Anselmo da Baggio, Landolfo Cotta, e Attone, era stato scelto da un'assemblea popolare, formata da chierici e laici, come possibile candidato alla successione dell'arcivescovo defunto. L'imperatore Enrico III il Nero (1017 – 1056), però, preferì operare una scelta autonoma e investì del titolo arcivescovile Guido da Velate.
Nel 1056, a Varese, come reazione a questa corruzione dilagante Arialdo da Carimate, con Landolfo Cotta ed Erlembaldo Cotta, fondò un movimento politico-religioso di carattere ereticale e pauperistico chiamato Pataria, dal milanese patée (robivecchi). 
Arialdo cominciò a predicare contro i mali della Chiesa, che identificava soprattutto nella simonia e nel nicolaismo (il nome carico di disprezzo con cui si identificava il matrimonio dei preti - allora ancora normale nella diocesi di Milano - con una eresia del cristianesimo primitiva). È possibile che in quegli anni Arialdo fosse maestro, o addirittura direttore, della scuola "plebana" di Varese.
Nella sua predicazione contro gli errori del clero, Arialdo si rivelava come esponente di una esigenza religiosa nuova: i primi consensi, li raccolse tra i laici, più specificamente tra i piccoli proprietari terrieri.
Nel 1066, quando il papa consegnò ad Erlembaldo il Gonfalone della Chiesa e due bolle di richiamo al clero milanese e di scomunica per Guido da Velate, questi si ribellò, e nei durissimi scontri del 4 giugno furono feriti Erlembaldo, Arialdo e Guido, che lanciò l'interdetto su Milano finché Arialdo non ne fosse uscito.
Arialdo lasciò la città, ma fu catturato dagli uomini di Guido e portato nel castello di Angera per essere interrogato. Qui fu castrato, amputato della mano destra, torturato a morte e, il 27 giugno, gettato nelle acque del Lago Maggiore.
Narra la leggenda:
Poco tempo dopo la morte di Arialdo, Andrea da Strumi giunse ad Angera alla ricerca dell’amico Arialdo e nei pressi della chiesa di San Pietro (località Bettola) trovò due donne in lacrime. Dopo averle rincuorate, si fece raccontare la ragione del loro turbamento e, con malcelato timore, esse dissero: ".. in questi giorni è stato consumato un così grave delitto, che stiamo aspettando con ansia che Dio onnipotente ci sprofondi tutti quanti all’inferno, in seguito a tale efferatezza; e tu ci chiedi perché stiamo piangendo?…" Con un gesto della mano indicarono l’isolino come luogo dell’orrendo delitto. Poi le due donne, levando gli occhi verso il cielo che si stava rannuvolando, gridarono: ricordo dell’orrendo misfatto tutti i Santi del Paradiso nel giorno del sacrificio di questo martire verseranno su queste terre le loro lacrime”. I mesi passavano e nessuno più voleva ricordare quell’evento tragico. 
Un giorno, mentre un anziano pescatore di Angera era intento a tirare in barca le reti brontolando tra sé "Anca in coeu piot e bucaluni", ebbe un presentimento che lo spinse a remare verso il centro del lago. Giunto all’altezza della rocca di Arona, gettò di nuovo le reti in acqua e dopo aver consumato un frugale pasto fatto di pane con un leggero strato di "Sancarlin", si sdraiò sul fondo della barca per farsi riscaldare dai primi tiepidi raggi del sole primaverile.
Dopo alcune ore, l’uomo riprese a tirare le reti in barca. Quanta grazia di Dio! Lavarelli, persici, salmerini in abbondanza. Alzò gli occhi al cielo per ringraziare il Padre Eterno e in quel preciso momento vide una luce intensa avvicinarsi alla barca. Dopo un attimo di smarrimento e di stupore, il pescatore ebbe l’impressione di scorgere una figura umana in mezzo ad una palla di fuoco. Non diede però molta importanza alla cosa, anzi pensò: "Ho ciapà trop sul" e si rimise di buona iena a lavorare. Mentre remava per raggiungere la riva di Angera, la sua mente non riusciva a pensare ad altro che a quella misteriosa figura. Così, quando raggiunse la riva, si mise a raccontare ad alcuni pescatori quanto gli era capitato e in quel preciso momento ebbe la chiara sensazione di aver già incontrato quell’uomo, a Milano, anni prima. Sforzandosi di avere una illuminazione chiuse gli occhi e all’improvviso riuscì a dare un nome ai ricordi ancora vaghi: Arialdo era la figura vista in mezzo alle acque.



domenica 15 maggio 2016

CASTELLO DI BELFORTE - VARESE

Belforte è un rione della città di Varese situato nella parte orientale del capoluogo lombardo, attraversato dall'omonimo viale che risulta essere una delle arterie principali della città, collegandola con Malnate e dunque il Comasco ed i valichi svizzeri. Nella tarda epoca imperiale, Varese,cominciò ad assumere una certa rilevanza in quanto collocato lungo strategiche vie di transito con la presenza, dopo il Mille, di significativi presidi difensivi,tra i quali appunto il sito di Belforte.
Il monumento sorge su una collinetta posta in posizione che domina l’area. Un tempo di proprietà dei Biumi, il Castello fu probabilmente eretto nel Quattro-Cinquecento. A quell'epoca sono riconducibili la porzione di casa-torre, e quella contrapposta, che conserva il portale originale con stemma dei Biumi (secolo XVI).
L'accresciuta rinomanza di Varese è testimoniata dall'elezione di Guido da Velate, territorio posto ai margini settentrionali del borgo, come arcivescovo di Milano nel 1045. Il prelato, fedele all'imperatore, si schiera contro il papato e i Patari, movimento eretico diffuso nel nord Italia. Durante la guerra che oppose i Visconti di Milano e i Torriani di Como, il borgo, alleato dei milanesi, venne saccheggiato dai Comaschi che non risparmiarono distruzioni di presidi difensivi, così come di altri insediamenti. Belforte, gruppo di cascinali nella castellanza di Biumo Inferiore, posti sulla via comasca, a due passi dal Borgo, parve all'imperatore il miglior punto strategico della zona e si vuole vi facesse costruire un castello e vi ponesse un forte presidio. "Castro Belforte" lo troviamo per la prima volta in una pergamena del 1165.
Nel 1237 Varese combattè a fianco di Milano contro l'Imperatore Federico II di Svevia, nipote di Barbarossa, che pare abbia alloggiato nel sito. A cavallo tra queste due date, i varesini che entrarono a far parte della Lega Lombarda vennero definiti "quelli di Belforte", proprio per sottolineare l'importanza ricoperta dal castello. 
Nel Seicento, modificate e in parte venute meno le funzioni difensive, il Castello fu trasformato in residenza. La struttura ha avuto un ruolo importante anche nel Risorgimento italiano. 
E’ ancora oggi difficile dire quale dovesse essere al tempo di Federico la consistenza del luogo fortificato. Certamente un recinto edificato doveva affacciarsi verso la valle del fiume per il controllo del percorso strategico che il fiume assicurava. Non sono state compiute finora ricerche archeologiche. L’edificazione ancora esistente presenta tratti murari del XIV°-XV° secolo. Ma la più rilevante presenza, oggi risale ai secoli XVI°-XVII°
Attualmente inutilizzata e in stato di grave incuria, continua a rappresentare uno dei monumenti più interessanti per la storia della città.





VILLA PUSTERLA CRIVELLI - IL MANICOMIO DI MOMBELLO Limbiate (MB)

Villa Pusterla-Crivelli-Arconati è una villa settecentesca situata a Mombello, (frazione di Limbiate), in cui soggiornarono Ferdinando IV di Borbone, re di Napoli, e Napoleone Bonaparte, che la utilizzò anche come suo quartier generale.
La Villa è una delle maggiori testimonianze dell’architettura lombarda del Settecento. Era una dimora suburbana di origini tardo-medievali che passò nel Cinquecento agli Arconati e solo nel 1718 ai Crivelli. Fu il conte Stefano Gaetano Crivelli, che intorno alla metà del Settecento chiamò a lavorarvi l’architetto Francesco Croce, a trasformarla in una splendida residenza con giardino all’italiana.
Nell’anno della sua morte Napoleone Bonaparte soggiornò nella villa e, nello stesso anno, nell’Oratorio dei Crivelli (Oratorio San Francesco), si celebrarono le nozze tra Paolina Bonaparte e il generale Leclerc.
Si narra che, nei suoi sotterranei, esista un passaggio segreto voluto dallo stesso imperatore per fuggire in caso di pericolo.
Nel 1865 la villa e il terreno attiguo vennero venduti alla Provincia di Milano e, nello stesso anno, la villa venne adibita a manicomio.
Qui fu recluso con uno stratagemma Albino, figlio non riconosciuto di Mussolini.
Non si doveva sapere che alle ore 8 del 26 agosto del 1942 a Limbiate era morto il primogenito maschio del duce. Fu registrato come Benito Albino Bernardi, classe 1915, «di razza ariana». Morì misteriosamente, dopo un lungo periodo di stenti, nel manicomio di Mombello.
Non è chiaro se i resti di quel giovane dalla vita tormentata e dalla fine tragica siano ancora sepolti all'interno del cimitero comunale in un'area destinata a fossa comune
Ma i misteri non terminano certamente qui. Nei sotterranei della Villa si trova un pozzo. Difficile scoprire cosa celi il suo fondo perché in gran parte riempito da detriti, ma sembra che siano stati condotti esperimenti segreti su diversi pazienti i cui corpi poi, venivano gettati proprio nel pozzo e disinfettati con calce viva.
Nell'immenso parco spuntano i padiglioni ormai in disuso del manicomio e ciascuno di essi è collegato da un intrico infinito di cunicoli sotterranei.
Per 130 anni, Villa Crivelli fu così un ospedale psichiatrico, Mombello, che intorno al 1960 arrivò ad avere più di 3000 pazienti, attirandosi l' appellativo di «colosso dei manicomi italiani»; qui operò anche Lombroso. Con la legge Basaglia, l' intera struttura venne poi lentamente abbandonata.
Dal degrado si sono salvati Villa Crivelli, attuale sede dell' Istituto tecnico agrario, le palazzine che ospitano l' Istituto commerciale per periti aziendali e il «Corberi», una casa d' accoglienza per malati psichici gravi.











domenica 8 maggio 2016

LE CAVE DI VIGGIU' ED I "PICASSAS"

L'estrazione e la lavorazione della pietra nelle cave di Viggiù è documentata fin dai primi anni del quattordicesimo secolo. Alcuni atti notarili del tempo documentano un'attività florida e molto diffusa d'estrazione e lavorazione di queste pietre, in concomitanza con la nascita e la diffusione dello stile gotico in Italia, quando i "picasass" viggiutesi scoprirono le qualità di questo tipo di pietra, facilmente lavorabile e al tempo stesso resistente alle intemperie, così come adatta alla realizzazione di elementi architettonici decorativi e di sculture. Fu proprio in questi anni che Viggiù diventa un borgo fiorente, sede di laboratori gestiti da famiglie di maestri scalpellini e da marmisti. 
Innumerevoli palazzi e chiese italiane, svizzere e di altri Paesi europei, sono arricchite da colonne, arcate, portali,contorni, travi e statue realizzatecon la pietra della nostra zona.
La pietra estratta nel territorio viggiutese è comunque di tante varietà: abbiamo la "Calcarenite Oolitica" a grana fine bigia-rosetta e la "Calcarenite a grana grossa", che si trovano in pressochè tutte le cave della località, mentre la "Calcarenite finissima" e la "Piombina", calcare compatto, si trovano soltanto nei bacini d'estrazione presenti nella frazione Piamo. A queste tipologie di pietra, si aggiunge il "Fior di Sant' Elia" calcare dalle tonalità chiare, simile al Calcare roseo d'Arzo, quasi esclusivamente presente lungo le pendici sud-orientali delle colle S. Elia. 
Sotto il paese, verso Ovest, nelle zone denominate Val di Borgo, Valera, Piamo, Tassera vi è questa imponente massa di arenaria che fornì la ricchezza del borgo, alimentando l'antica industria.
Sono territori di bellezza bizzarra e pittoresca: i viggiutesi vi hanno lasciato in piedi massi, tagliati in forma di gran pilastri quadrati, i quali hanno l'aspetto di un grande porticato. All'interno di tali formazioni, gli scalpellini lavoravano protetti dalle intemperie.
Il paesaggio in questi luoghi è ancora oggi di una bellezza particolare e pittoresca, dove sono presenti grossi pilastri quadrati d'arenaria, che sembrano quasi formare grossi porticati. Il contesto ambientale-paesaggistico è davvero notevole.
Oggi le cave si trovano in stato d'abbandono, ma potrebbero essere riutilizzate, sia anche in funzione diversa, a seconda del loro stato di conservazione.
Nel 1983, nella casa studio di Enrico Butti, venne così allestita una primaesposizione sull’Arte dei “Picasass” che, con l’ausilio di bacheche e di tabelloni, illustrava le fasi salienti di quell’antico mestiere. Visto il buon esito della manifestazione si cominciò a costituire il primo nucleo del Museo dei “Picasass”. 
Il trasporto più memorabile fu quello delle sedici colonne di
marmo nero di Saltrio al Cimitero di Staglieno di Genova, nel 1853. Estratte in una delle cave di Saltrio appartenente alle famiglie Robbiani e Cassi, erano lunghe circa otto m. con un diametro di 1,20 m.
Il trasporto dalla cava !no al laboratorio dei Fratelli Catella di
Viggiù, dove vennero tornite e lucidate a regola d’arte, fu arduo. Per raggiungere la stazione di Como Borghi, poi, si dovette attrezzare un apposito carro, fatto costruire a Milano, e trainato ben 48 buoi: il carro venne fatto transitare per il Canton Ticino, una colonna per volta ed il passaggio di questo singolare trasporto per i paesi generava sempre
l’assembramento di una folla di curiosi. Il Regio Ministero dei Trasporti Pubblici, colpito dall’ardua impresa eseguita dai Fratelli Catella stabilì con uno speciale decreto che la spesa per il trasporto fosse ribassata del 75%.
Tra il 1700 e il 1800, l’emigrazione delle maestranze viggiutesi ebbe un carattere stagionale:
i magistri si spostavano in diversi città europee nel periodo da febbraio a novembre, per esportare la propria arte e i propri manufatti nella buona stagione, trascorrendo, invece, infamiglia i mesi invernali. Ciò che causò il cambiamento epocale della nostra emigrazione
furono, invece, i grandi avanzamenti nel campo della tecnica costruttiva che si svilupparono sul finire del XIX secolo, soprattutto a causa dell’utilizzo del cemento armato nelle grandi costruzioni soppiantando l’uso della pietra: come diretta ripercussione, tutte le attività
estrattive della pietra e le attività artigianali collegate entrarono in crisi.
Agli operai ed agli imprenditori della nostra zona non rimase altra soluzione che emigrare oltre oceano e soprattutto nel Nord America, zona ricca di cave di granito. Il lavoro di queste nostre maestranze venne da tutti apprezzato e la loro emigrazione da stagionale divenne
defnitiva. Un grave problema colpì la maggior parte di questi emigranti: la malattia della silicosi, contratta nel respirare la polvere che veniva prodotta durante la lavorazione dellapietra: poche decine di anni i pochi Picasass che rimasero in questi paesi andarono a scomparire.









LUIGI GANNA DI INDUNO OLONA: IL PRIMO VINCITORE DEL GIRO D'ITALIA

In periodo di Giro d'Italia ci piace ricordare questo ciclista varesotto che ne fu il primo vincitore.
Gli inizi del ‘900 vedono nascere nell’opinione pubblica una nuova passione: la bicicletta. Il ciclismo muove i primi passi, nasce il giornalismo sportivo, sorgono le prime associazioni sportive. Per molti giovani, la bicicletta viene vista come lo strumento per migliorare il proprio tenore di vita.
I premi delle prime corse ci appaiono oggi esigui, ma sicuramente erano importanti per i corridori di quei tempi. Per le gare con percorso superiore ai 200 km. la Gazzetta delle Sport metteva in palio allora per il vincitore 60 lire. Le strade erano in terra battuta, con un gran numero di buche e spesso i proprietari terrieri ostacolavano il passaggio dei ciclisti spargendo manciate di chiodi.
Ciononostante, la domenica, sempre più giovani inforcavano la propria bicicletta (quella che usavano tutti i giorni per andare al lavoro) e partecipavano alle gare di paese, alle prime gare provinciali e regionali. Tra questi Luigi Ganna, classe 1883, di Induno Olona.
Ai giorni nostri ha dell’incredibile e dell’irreale il fatto che il giovane diciassettenne Luigi Ganna, tutte le mattine, si recasse in bicicletta da Induno Olona a Milano per fare il muratore, con una sacca fissata sul manubrio, con una pagnotta e una bottiglia d’acqua zuccherata allungata con un po’ di vino. Sole, pioggia o neve che fosse ogni giorno percorreva 100 km in bicicletta attraverso strade di terra battuta e un gran numero di buche. Luigi Ganna a questo suo impegno, alle energie consumate ogni giorno, dà un’altra valenza, usandolo come duro e serio allenamento per l’attività sportiva in bicicletta. Così nel 1905 Luison, detto anche il “gigante buono”, decide che la bicicletta sarà lo strumento con cui giocarsi il proprio avvenire. Nel 1908 viene ingaggiato dalla Atala, con uno stipendio mensile di 50 lire. La squadra esordisce nelle corse partecipando alla seconda edizione della Milano-San Remo. Ganna giunge secondo. Il 26 Maggio dello stesso anno, al velodromo di Milano, Luigi Ganna stabilisce il record dell’ora con km. 40,405.
Nel 1909 viene organizzato il primo Giro d’Italia. La corsa è in otto tappe per una lunghezza di 2448,5 km. La classifica è a punti: 1 punto al primo classificato, 2 al secondo, 3 al terzo, e così via. Alla partenza si presentano 127 atleti. Tutti hanno una bisaccia di cuoio fissata al manubrio con il cibo, una bottiglia di acqua e una di vino o grappa. Al traguardo di Milano, il 30 Maggio, arrivano in 50 e Luigi Ganna vince con 25 punti. Il sogno di Ganna era comprarsi una casa e aprire una piccola fabbrica per la costruzione di biciclette. Con la vittoria al Giro d’Italia “i mattoni per la casa c’erano tutti”. 
Nel 1914 lascia le corse per dedicarsi alla sua attività e successivamente alla costituzione della prima squadra “Ganna” ottenendo numerose vittorie tra le quali è doveroso ricordare la vittoria di Fiorenzo Magni del Giro d’Italia del 1951 in sella ad una bicicletta Ganna. Dopo la prima guerra mondiale l’azienda iniziò a costruire anche motocicli e Ganna divenne ben presto un marchio apprezzato in Italia e all'estero.
Negl’anni la tradizione non ha mai cessato di essere tramandata e oggi Ganna produce una gamma completa di biciclette con oltre 100 modelli suddivisi nelle linee city bike / trekking, hybrid, corsa, mountain bike, special bikes, junior ed ecobike che si contraddistinguono per il design ricercato, la qualità dei materiali e quella cura del dettaglio propri di un marchio che ha fatto storia.