mercoledì 3 agosto 2016

LE CASE DI TOLLERANZA A VARESE




A Varese ce n’erano due, una di lusso, da dieci lire, e una a buon mercato, cinque lire. Entrambe in via Idria, in una zona un po’ defilata, a ridosso delle Ferrovie nord, dietro via Maspero. Entrambe di proprietà del "milanese". Una a destra e una a sinistra, una di fronte all’altra.
Stiamo parlando della Varese fine anni ’50, per la precisione della città giardino così come si presentava fino a quel 20 febbraio 1958. Data in cui il Parlamento italiano abolì le case chiuse approvando la legge 75/58 promossa dalla senatrice socialista Angelina Merlin.
Ogni quindicina le ragazze cambiavano. Passavano con una carrozza dal centro della città, tutti lo sapevano e tutti le aspettavano. Andavano in questura per le registrazioni di rito e le visite mediche e poi subito in via Idria. Solitamente le ragazze non erano più di sei, tutte sui trent’anni. Una di queste veniva chiamata "topolino", perché minuta, era la più richiesta per certe sue prestazioni. Quando se ne andava tutti si affannavano a chiedere quando tornava.
A trovare le signorine ci andavano tutti anche le autorità. Nel casìno da cinque lire c’erano due entrate, quella principale e quella secondaria. Spesso quando arrivavano le autorità, laiche e non laiche, venivano fatte passare da dietro e l’entrata principale veniva bloccata per evitare che fossero riconosciuti.
Non esistevano i protettori, ma solo gli amici delle ragazze, e qualcuno di questi, dopo la chiusura delle case, se le è sposate. I controlli della polizia erano ferrei. I questurini passavano ogni sera a controllare, solitamente intorno alle dieci. I casini erano luoghi sicuri, a quei tempi c’era poco da scherzare. Magari rimorchiavano anche qualche marchetta gratis, ma tenevano tutto sotto controllo.
Le due case, seppure differenziate nelle tariffe, avevano una struttura molto simile. Sei stanze, dove le ragazze eseguivano le prestazioni e dormivano, un salone con delle panchine al piano terra, e una sala da pranzo dove le ragazze, la maitresse e gli amici mangiavano insieme. Per le autorità c’era anche un privè, un salottino al riparo da occhi indiscreti
La maitresse ,la Lina, era un donnone pratico, era della provincia pavese, e se ne stava sempre alla cassa, con in mano un frustino. Mentre all’entrata c’era la portinaia che controllava i documenti, ed erano molti quelli che li falsificavano.
Il casìno c’era anche a Luino, a Como e a Intra. Ma i più ambiti erano quelli di Milano, quello di via Meravigli e quello di via Fiori Chiari, mentre quello di via Botonuto aveva una brutta nomea.
Il 20 settembre del 1958, la legge Merlin liberalizza la prostituzione. A Varese le case di tolleranza chiusero due giorni prima di quello stabilito per legge.
E così le ragazze di via Idria si trovarono in mezzo alla strada, ad accoglierle solo qualche trattoria o piccole pensioni, che qualche camera potevano ancora affittarla per permettergli di continuare ad esercitare il mestiere più antico del mondo. Qualcuna portò all’altare l’amico della casa e qualcuna ritornò al suo paese.
Argomento un po' "particolare"......ma fa parte anch'esso della nostra storia.....

lunedì 1 agosto 2016

LA GUGLIA DEL CONTE - IL MISTERO DI VIA CARACCIOLO (VARESE)

La storia racconta che la guglia di via Caracciolo appartenesse al monumento funebre della famiglia Baragiola e si trovasse nell'antico cimitero di Masnago. Dal trasferimento del campo santo in poi, però, è prevalsa l'incertezza sul nuovo proprietario: il comune? la Soprintendenza? il titolare del negozio di materiale edile? Un mistero ancora fitto.
Si trova lì da più di 100 anni ma nessuno ne sa niente. È il monumento funebre della famiglia Baragiola di via Caracciolo, ormai sommerso da materiale edile e dalla noncuranza generale dei varesini. Questo brandello d'arte è quello che rimane del vecchio cimitero di Masnago: una guglia in stile neogotico che svetta accanto all'omonima villa , ora sede di alcuni uffici del comune di Varese, tra i quali l'urbanistica e il personale. La Villa, acquisita nel 2001 dal Comune di Varese, porta il nome della nobile famiglia milanese dei Baragiola proprietari di diversi terreni. la proprietà è poi passata negli anni Trenta del Novecento al banchiere Giacomo Tedeschi per poi diventare nel 1941 Seminario Arcivescovile
Difficile risalire al trascorso storico del monumento.
La data incisa sulle pareti della guglia è il 1877, si tratta presumibilmente dell'anno di edificazione, ma trovare cenni storici al riguardo non è facile. Almeno dal momento del trasferimento del vecchio cimitero di Masnago in poi, quando cioè le ossa furono spostate nel campo santo di via Piemonte insieme al monumento. Tutto trasferito tranne la guglia, che è stata ereditata dal proprietario del terreno. Oggi su quell'antico cimitero, infatti, c'è un negozio di materiale edile che ha inglobato il monumento funebre tra piastrelle e cemento. Difficile quindi stabilire chi sia ora il suo legittimo proprietario.
Effettivamente la compravendita risale a parecchi anni fa. Anche l'acquisto di Villa Baragiola fu fatto dalla precedente amministrazione, nel 2001. Ma possibile che nessuno si sia mai interrogato sul monumento? Eppure non passa inosservato. Si può vedere chiaramente dalla strada, passando davanti al negozio di via Caracciolo. Proprio all'ingresso dell'attività, nel parcheggio, tra furgoni e pezzi di cemento, svetta il manufatto neogotico.



lunedì 11 luglio 2016

I MULINI DELLA VALLE OLONA (VA)

Lungo questo fiume , che si distende per 71 chilometri , nasce la storia della industrializzazione dell’alta Lombardia e quindi dell’Italia .
La presenza di mulini lungo il fiume Olona è testimoniata nero su bianco fin dall’anno 1043. Il mulino era allora l’emblema di una rivoluzione silenziosa: Roma antica ne conosceva il principio ma non lo aveva applicato estesamente, basandosi sulla schiavitù. Dall’epoca carolingia in avanti, il mulino diventa un fulcro economico (anche per la fiscalità feudale), protetto qua e là addirittura da fortificazioni: moltiplica la produttività, riceve la produzione granaria e la trasforma in farina, base per il pane, l’alimento di origine mediorientale sacro alla fede cristiana.
Ma le terre della Valle Olona e dintorni non sono l’ideale per la coltivazione ad alte rese, e il mulino ben presto si mostra utile ad altri usi: segare legname, mettere in moto mazze per battere materiali vari (come le fibre per la fabbricazione della carta), azionare telai e forge; e ancora concerie e lavaggio tessuti beneficiano delle acque mormoranti del fiume. È l’inizio di una tradizione artigiana che diventerà industriale.
Oggi, di tutti quei mulini che un tempo, a rischio di periodiche inondazioni, popolavano il fondovalle dai dintorni di Varese fino a Nerviano (un documento del 1608, due anni dopo la nascita dell’antichissimo Consorzio del Fiume Olona, ne contava non meno di 116), ne restano ben pochi.
Partendo dalle sorgenti, i primi impianti molinatori di rilievo storico che si incontrano lungo l'Olona sono i mulini Grassi di Varese, che sono stati costruiti tra il XVI ed il XIX secolo. Sono stati ristrutturati per essere adibiti ad abitazione ed hanno, sui muri esterni, alcuni esempi di meridiane di grande interesse storico ed un pregevole affresco del 1675. Più a sud sono presenti i mulini Sonzini di Gurone, che sono anteriori 1772 e che sono stati adibiti ad abitazioni. Sono rimasti in attività fino al 1970. A Vedano Olona è situato il mulino alle Fontanelle. Già presente nel 1772, possedeva una macina da grano ed un torchio. Subì un primo abbandono negli anni venti, poi fu ristrutturato negli anni settanta e di nuovo abbandonato nel decennio successivo. 
A Castellazzo, località di Fagnano Olona, è situato il mulino Bosetti. Già censito come mulino Visconti nel 1772, fu catalogato come mulino del Ponte nel 1857 prima di assumere la denominazione di mulino Bosetti negli anni seguenti. Nel 1982 risultavano accessibili le sole abitazioni, mentre il resto è abbandonato. A Castelseprio è presente il mulino Zacchetto, che fu attivo per fini agricoli dal XVIII al XIX secolo. Divenne prima sede della società Pagani (anni venti), per poi venire trasformato in centrale elettrica. Dagli anni ottanta risulta abbandonato.
A Gornate Superiore, frazione di Castiglione Olona, è situato il mulino del Celeste. Già mulino Mariani nel 1772 e mulino Guidali nel 1857, fu registrato con l'attuale denominazione nel 1881. Disponeva di torchi da olio ed di una macina da grano. Dal 1930 è stato adattato ad abitazioni private. A Lonate Ceppino è situato il mulino Taglioretti. Anch'esso, nel 1722, era di proprietà Mariani. Prese la denominazione mulino Taglioretti nel XIX secolo. Fu a servizio della cartiera Canziani del 1901 e del cartonificio Samec dal 1920. Nel 1982 risultava abbandonato. A Gornate Olona sono presenti i mulini di Torba e San Pancrazio. Entrambi esistenti prima del 1772, assunsero i nomi delle rispettive frazioni del 1857. Cessarono le attività molinatorie verso metà del XX secolo. Sono in gran parte adibiti ad abitazioni. Ad Olgiate Olona è situato il mulino del Sasso. È ben conservato e quindi è in corso un progetto che prevede il ripristino completo dell'impianto idraulico.
Nel 1772, secondo una relazione, i mulini censiti in località Legnano erano 10, sono giunte al XXI secolo solamente le rovine del mulino denominato "Sotto il Castello" o Cornaggia. Situato in via Molini, sull'isola dell'Olona dove sorge il castello di Legnano, risale alla prima metà del XVI secolo. Il mulino è in rovina e presenta evidenti crolli strutturali e deterioramenti diffusi.
Tutti questi mulini, o quello che ne rimane si possono ammirare lungo la ciclopedonale della Valle Olona
Fagnano Olona - mulino del Sasso


Legnano - cotonificio Dell'Acqua

Mulino Lepori - Lonate C.


Mulino Schiatti - Legnano (1930)

mulino bosetti - Fagnano Olona

lavatoio - Marnate

Molino Lepori - Lonate C.

un mulino di San Vittore in una foto d'epoca

Un mulino sull'Olona a Legnano in un'immagine del 1902

martedì 5 luglio 2016

VILLA MAGNANI E LA CAPPELLA FUNEBRE DI FAMIGLIA - INDUNO OLONA (VA)

La villa venne progettata nel 1903 da Ulisse Stacchini per Angelo Magnani, il successore di Angelo Poretti alla guida della fabbrica. Ricordiamo che Stacchini sarà vincitore, nel 1912, del concorso per la Stazione Centrale di Milano. La costruzione venne ultimata nel 1905. Si trova in posizione dominante rispetto alla fabbrica, all'interno del parco progettato dallo stesso Stacchini. Il volume verticale dell'edificio è ritmato dall'alternarsi delle aperture, sottolineate dagli stipiti decorati a motivi floreali. Notevoli sono, all'esterno, gli elementi decorativi plastici a sfondo naturalistico: erme dal volto femminile e cornici floreali. Le fasce orizzontali in laterizio e le decorazioni rigidamente geometriche dei ferri riprendono invece l'apparato decorativo della birreria. All'interno stucchi e dipinti murali gialli e grigi, riprendono i colori della vicina fabbrica di birra. La torretta vetrata è stata edificata fra le due guerre, coprendo la preesistente terrazza. L'edificio è sede amministrativa della fabbrica.
L'edifico progettato dall'Architetto Ulisse Stacchini venne commissionato dalla famiglia Magnani e costruito nel 1912. Le decorazioni pittoriche a motivi geometrici con andamento lineare valorizzano le aperture delle facciate esterne differenti dalla vicina Villa Magnani, dove la scelta dell'architetto ha privilegiato l'utilizzo di materiali differenti e l'inserimento di elementi plastici decorativi. Poco più avanti si trova il cimitero, con la cappella funebre della Famiglia Magnani, realizzata nel 1919 dal celebre scultore Enrico Butti di Viggiù. L'opera di gusto non propriamente Liberty ha la forma di una pagoda in pietra poggiante su un elefante bronzeo a grandezza naturale a ricordo delle suggestioni culturali e religiose del committente.
L’elefante ha dimensioni quasi pari ad uno vero, l’edicola venne costruita da Enrico Butti noto scultore di Viggiù realizzata in collaborazione con l’ingegner Ernesto Brusa di Varese, l’opera fu voluta proprio dal Magnani, nipote di Angelo Poretti.
Angelo Magnani morì il 19 maggio del 1924.
Per visitarla basta andare al piccolo cimitero di Bregazzana





lunedì 13 giugno 2016

VALGANNA





La vecchia Valganna in un servizio di Rai Tre.......non c'è altro da aggiungere......

giovedì 9 giugno 2016

C'ERA UNA VOLTA IL GRAND HOTEL CAMPO DEI FIORI


Immaginate di prendere la funicolare, arrivare fino in cima, appoggiare i bagagli ed entrare in uno degli alberghi più belli della nostra provincia.

Nel primo decennio del XX secolo il Varesotto era divenuto una popolare meta di villeggiatura estiva. Una delle località preferite dai turisti era il monte Campo dei Fiori, che offriva la quiete e il fascino della natura selvaggia montana a poca distanza dal centro città di Varese. Vari privati pertanto decisero di costruire, sul versante sud della montagna, varie ville, perlopiù nello stile architettonico allora maggiormente in voga, il liberty.
Il cantiere ebbe inizio nel 1910 e terminò nel 1912, mentre il ristorante e la funicolare entrarono in funzione qualche tempo prima. Per  la costruzione del complesso furono impiegate ingegnose soluzioni costruttive e impiantistiche, comprese mine e cariche didinamite per scavare la roccia, e l'intervento complessivo modificò profondamente il paesaggio della zona, giacché attorno agli edifici fu costruito un vasto giardino. Dopo la sua apertura, per circa mezzo secolo il complesso fu meta di un grande flusso di turismo d'élite, interrotto solo dalle due guerre mondiali. Nel 1947 un incendio devastò l'ultimo piano, che fu riparato frettolosamente con una struttura prefabbricata.
Nel prato del fronte posteriore si trova anche l'ingresso di una cavità carsica chiamata grotta Marelli, usata in parte come cantina dall'albergo e in parte aperta a spedizioni speleologiche e turistiche e interventi di speleoterapia. Attualmente non è visitabile in senso turistico, se non in occasioni speciali e con molte restrizioni.

martedì 7 giugno 2016

L'OTTOBRE DI SANGUE VARESINO

I primi giorni di quell’ottobre del 1944 furono tristemente ribattezzati “Ottobre di sangue Varesino” e rappresentarono uno dei periodi più difficili della Resistenza partigiana varesina.
In quei giorni, furono catturati, torturati e assassinati decine di partigiani varesini, tra questi Walter Marcobi, comandante della 121ma brigata Garibaldi, eroico partigiano, figura simbolo della lotta contro i nazifascisti a Varese, dimostrò coraggio, grande desiderio di libertà e giustizia, tanto da rimetterci la vita. Un altro eroico partigiano assassinato il 5 Ottobre 1944 fu Renè Vanetti, comandante della 148 ma brigata Giacomo Matteotti, famose le sue parole “si deve a volte morire per sostenere la propria idea”. Furono assassinati in Ottobre anche i giovani Copelli, Trentini e Ghiringhelli. Catturati il 7 ottobre 1944 alla Gera di Voldomino, furono fucilati sul prato davanti alle Bettole dopo che i fascisti avevano già fucilato quattro loro compagni sul luogo della cattura e altri cinque a Brissago Valtravaglia. I tre giovani martiri furono portati a Varese affinché i loro corpi fossero lasciati per terra, sotto una pioggia battente e rappresentassero una lezione per quella Varese schierata con la Resistenza.
Tratto da uno scritto di Franco Pedroletti:
"Verso l’imbrunire transitavo in quel delle Bettole sulla strada del ritorno a casa dopo un “contatto” con compagni della resistenza. Sul piazzale dell’Ippodromo notai un movimento di militi fascisti. Prudentemente mi avvicinai. In mezzo a loro scorsi tre uomini succintamente vestiti nonostante i primi rigori di freddo autunno: semplice camicia, pantaloni corti, niente calze né scarpe. Erano tre partigiani che – poi
seppi – sorpresi nel sonno nel loro rifugio di VOLDOMINO furono tradotti a Varese per dare “una lezione d’esempio” a quanti altri avessero osato opporsi al regime fascista.
Un Sacerdote, evidentemente intuendo ciò che stava per accadere,
affannosamente si avvicinò al gruppo. Era don Giuseppe Tornatore, un sacerdote che molto fece per Varese, il sacerdote discuteva con il comandante del plotone fascista, ma ne capii il seguito: intendeva assistere i tre negli ultimi momenti della loro vita.
A quanto apparve, ne ottenne il benestare perché, mentre i tre venivano legati con le mani dietro la schiena, il sacerdote, per alcuni minuti, parlò loro. Furono lunghi, eterni, terribili minuti.
Il plotone di esecuzione era già schierato ed i mitra puntati, quando il comandante si avvicinò ai quattro con lo scopo di allontanare il sacerdote restio a lasciare alla morte quei tre poveri giovani.
Il sacerdote si allontanò di qualche metro benedicendoli, ancora parlando con l’intenzione di profondere loro coraggio. Il plotone di esecuzione era composto da una dozzina di militi in divisa mimetica. Udii scattare secchi ordini di comando, poi una terribile scarica di colpi si abbatté sui tre che caddero a terra inumidendo l’erba di sangue.
Istintivamente chinai la testa e, portando le mani agli occhi, tremando, mormorai una preghiera. Istintivamente chinai la testa e, portando
le mani agli occhi, tremando, mormorai una preghiera. Rialzando la testa rividi il sacerdote che vagava fra i poveri corpi nuovamente
benedicendoli uno per uno. Il plotone di esecuzione si riunì agli altri uomini poi, a passo di marcia, cantando."

Due giovani partigiani fucilati

cattura dei partigiani


I corpi di Evaristo Trentini (anni 18), Elvio Copelli (anni 20), Luigi Ghiringhelli (anni 24)
abbandonati nei pressi dell’Ippodromo di Varese dopo essere stati trucidati.