mercoledì 10 agosto 2016

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L'UFO CADUTO A VERGIATE E CENSURATO DA MUSSOLINI - 1933

In pochi sanno che in Italia, nel 1933, nell'area tra Sesto Calende e Vergiate, capitò un fatto straordinario, che può essere a ragione veduta considerato il primo vero reale caso ufologico del mondo in assoluto, che mise in subbuglio la comunità locale ed anche la stampa nazionale, a tal punto da costringere il Regime Fascista ad intervenire direttamente per mettere sotto silenzio una vicenda così scomoda ed eclatante, istituendo addirittura un Gabinetto, nell’ambito del neonato CNR, dedicato appositamente allo studio specifico del caso, la cui importanza fu tale che di questo ufficio fecero parte alcuni dei più importanti luminari dell’epoca, tra cui Marconi, e alcuni dei gerarchi fascisti di maggior peso, come Italo Balbo e Galeazzo Ciano.
Nel giugno del 1933 qualcosa di strano accadde. Qualcosa sfrecciò sui cieli di Milano e infine precipitò o atterrò tra Vergiate e Sesto. I fascisti parlarono di velivolo non convenzionale e immaginarono subito l'arma segreta di una potenza straniera.
Nei documenti inviati al CUN sono presenti dei disegni fatti a mano, che descrivono un velivolo cilindrico, con una strozzatura poco prima del fondo, sulla cui fiancata erano presenti degli oblò da cui uscivano alternatamente delle luci bianche e rosse. Lo stesso giorno, alle 17.07, un dispaccio proveniente dalla Agenzia Stefani, di carattere “riservatissimo” informava che:
«D’ordine personale del Duce disponesi immediato – dicesi immediato – arresto diffusione notiza relativa at aeromobile natura et provenienza sconosciute di cui at dispaccio Stefani data odiernna hore 7.30 (…) Dir Gen Affari Generali. Fine stop».
“La Cronaca Prealpina” del 20/06/1933 e su altri periodici nazionali, uscirono alcuni articoli che parlavano di UFO e marziani, argomenti quasi del tutto inediti al grande pubblico dell’epoca. Che cosa scatenò le fantasie popolari? Ma soprattutto: perché il Regime, nelle sue più alte sfere, era così preoccupato? Nei giorni seguenti, infatti, ebbero luogo imprevisti spostamenti di dirigenti industriali dalle locali industrie aeronautiche, di questori, dirigenti politici e addirittura del Federale Brusa che fu rimosso dall’incarico e sostituito da un altro fedelissimo del regime. Intervenne la OVRA per assicurarsi che i testimoni diretti di questo avvenimento tacessero o venissero messi nelle condizioni di non divulgare alcuna notizia. Scomparvero numerosi documenti ed iniziò un’opera di occultamento e depistaggio, coordinata dall’Agenzia Stefani, per smontare il caso. Furono stabilite condanne e pene severissime per chiunque avesse parlato e, infine, per tenere sotto controllo ogni fuga di notizie, su proposta pare addirittura di Giovanni Gentile fu creato un apposito ufficio nell’ambito del CNR, il Gabinetto RS/33, cui fu affidato lo studio e l’analisi del caso.
Un altro telegramma dell’epoca, sempre partito dall’Agenzia Stefani chiarisce inequivocabilmente la gravità del fatto:
«Caro Alfredo,
del caso Moretti non si può parlare che a quattr’occhi data la delicatezza e la particolarità della vicenda. Il Gabinetto RS/33 è ormai un ente autonomo e nessuno può scriverne senza le indicazioni opportune. Per quanto ne so e posso confidarti, l’ente è formato da soli scienziati italiani, ma la presenza di elementi germanici è quasi certa, soprattutto per le concessioni dello stesso Duce che aspira alla reciprocità. Se mi chiedi consiglio eccolo: non dire a nessuno – ripeto nessuno e ciò comprende anche i parenti più stretti – quanto hai visto. (…) Posso assicurarti che un caso analogo precedente si è concluso con il ricovero in manicomio. Dunque, occuparti di certe cose può essere pericoloso. Distruggi questo foglio dopo la lettura».
I resti e gli occupanti di quel velivolo, furono trasferiti nei capannoni della SIAI-Marchetti a S.Anna di Vergiate.
.Il 17 marzo del ‘43 un capannone dello stabilimento di Vergiate viene dato alle fiamme. Qualche giorno dopo un commando (partigiani?) tenta di distruggere alcuni aerei pronti al decollo.
Una curiosità e un interrogativo. Lo stabilimento di Sesto Calende è risparmiato dai bombardamenti alleati. Quello di Vergiate, distante solo pochi chilometri, viene colpito ben nove volte. C’era qualcosa in uno degli hangar di Sesto Calende? Qualcosa che doveva essere preservato? Se c’era, è sparito.









lunedì 8 agosto 2016

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mercoledì 3 agosto 2016

LE CASE DI TOLLERANZA A VARESE




A Varese ce n’erano due, una di lusso, da dieci lire, e una a buon mercato, cinque lire. Entrambe in via Idria, in una zona un po’ defilata, a ridosso delle Ferrovie nord, dietro via Maspero. Entrambe di proprietà del "milanese". Una a destra e una a sinistra, una di fronte all’altra.
Stiamo parlando della Varese fine anni ’50, per la precisione della città giardino così come si presentava fino a quel 20 febbraio 1958. Data in cui il Parlamento italiano abolì le case chiuse approvando la legge 75/58 promossa dalla senatrice socialista Angelina Merlin.
Ogni quindicina le ragazze cambiavano. Passavano con una carrozza dal centro della città, tutti lo sapevano e tutti le aspettavano. Andavano in questura per le registrazioni di rito e le visite mediche e poi subito in via Idria. Solitamente le ragazze non erano più di sei, tutte sui trent’anni. Una di queste veniva chiamata "topolino", perché minuta, era la più richiesta per certe sue prestazioni. Quando se ne andava tutti si affannavano a chiedere quando tornava.
A trovare le signorine ci andavano tutti anche le autorità. Nel casìno da cinque lire c’erano due entrate, quella principale e quella secondaria. Spesso quando arrivavano le autorità, laiche e non laiche, venivano fatte passare da dietro e l’entrata principale veniva bloccata per evitare che fossero riconosciuti.
Non esistevano i protettori, ma solo gli amici delle ragazze, e qualcuno di questi, dopo la chiusura delle case, se le è sposate. I controlli della polizia erano ferrei. I questurini passavano ogni sera a controllare, solitamente intorno alle dieci. I casini erano luoghi sicuri, a quei tempi c’era poco da scherzare. Magari rimorchiavano anche qualche marchetta gratis, ma tenevano tutto sotto controllo.
Le due case, seppure differenziate nelle tariffe, avevano una struttura molto simile. Sei stanze, dove le ragazze eseguivano le prestazioni e dormivano, un salone con delle panchine al piano terra, e una sala da pranzo dove le ragazze, la maitresse e gli amici mangiavano insieme. Per le autorità c’era anche un privè, un salottino al riparo da occhi indiscreti
La maitresse ,la Lina, era un donnone pratico, era della provincia pavese, e se ne stava sempre alla cassa, con in mano un frustino. Mentre all’entrata c’era la portinaia che controllava i documenti, ed erano molti quelli che li falsificavano.
Il casìno c’era anche a Luino, a Como e a Intra. Ma i più ambiti erano quelli di Milano, quello di via Meravigli e quello di via Fiori Chiari, mentre quello di via Botonuto aveva una brutta nomea.
Il 20 settembre del 1958, la legge Merlin liberalizza la prostituzione. A Varese le case di tolleranza chiusero due giorni prima di quello stabilito per legge.
E così le ragazze di via Idria si trovarono in mezzo alla strada, ad accoglierle solo qualche trattoria o piccole pensioni, che qualche camera potevano ancora affittarla per permettergli di continuare ad esercitare il mestiere più antico del mondo. Qualcuna portò all’altare l’amico della casa e qualcuna ritornò al suo paese.
Argomento un po' "particolare"......ma fa parte anch'esso della nostra storia.....

lunedì 1 agosto 2016

LA GUGLIA DEL CONTE - IL MISTERO DI VIA CARACCIOLO (VARESE)

La storia racconta che la guglia di via Caracciolo appartenesse al monumento funebre della famiglia Baragiola e si trovasse nell'antico cimitero di Masnago. Dal trasferimento del campo santo in poi, però, è prevalsa l'incertezza sul nuovo proprietario: il comune? la Soprintendenza? il titolare del negozio di materiale edile? Un mistero ancora fitto.
Si trova lì da più di 100 anni ma nessuno ne sa niente. È il monumento funebre della famiglia Baragiola di via Caracciolo, ormai sommerso da materiale edile e dalla noncuranza generale dei varesini. Questo brandello d'arte è quello che rimane del vecchio cimitero di Masnago: una guglia in stile neogotico che svetta accanto all'omonima villa , ora sede di alcuni uffici del comune di Varese, tra i quali l'urbanistica e il personale. La Villa, acquisita nel 2001 dal Comune di Varese, porta il nome della nobile famiglia milanese dei Baragiola proprietari di diversi terreni. la proprietà è poi passata negli anni Trenta del Novecento al banchiere Giacomo Tedeschi per poi diventare nel 1941 Seminario Arcivescovile
Difficile risalire al trascorso storico del monumento.
La data incisa sulle pareti della guglia è il 1877, si tratta presumibilmente dell'anno di edificazione, ma trovare cenni storici al riguardo non è facile. Almeno dal momento del trasferimento del vecchio cimitero di Masnago in poi, quando cioè le ossa furono spostate nel campo santo di via Piemonte insieme al monumento. Tutto trasferito tranne la guglia, che è stata ereditata dal proprietario del terreno. Oggi su quell'antico cimitero, infatti, c'è un negozio di materiale edile che ha inglobato il monumento funebre tra piastrelle e cemento. Difficile quindi stabilire chi sia ora il suo legittimo proprietario.
Effettivamente la compravendita risale a parecchi anni fa. Anche l'acquisto di Villa Baragiola fu fatto dalla precedente amministrazione, nel 2001. Ma possibile che nessuno si sia mai interrogato sul monumento? Eppure non passa inosservato. Si può vedere chiaramente dalla strada, passando davanti al negozio di via Caracciolo. Proprio all'ingresso dell'attività, nel parcheggio, tra furgoni e pezzi di cemento, svetta il manufatto neogotico.



lunedì 11 luglio 2016

I MULINI DELLA VALLE OLONA (VA)

Lungo questo fiume , che si distende per 71 chilometri , nasce la storia della industrializzazione dell’alta Lombardia e quindi dell’Italia .
La presenza di mulini lungo il fiume Olona è testimoniata nero su bianco fin dall’anno 1043. Il mulino era allora l’emblema di una rivoluzione silenziosa: Roma antica ne conosceva il principio ma non lo aveva applicato estesamente, basandosi sulla schiavitù. Dall’epoca carolingia in avanti, il mulino diventa un fulcro economico (anche per la fiscalità feudale), protetto qua e là addirittura da fortificazioni: moltiplica la produttività, riceve la produzione granaria e la trasforma in farina, base per il pane, l’alimento di origine mediorientale sacro alla fede cristiana.
Ma le terre della Valle Olona e dintorni non sono l’ideale per la coltivazione ad alte rese, e il mulino ben presto si mostra utile ad altri usi: segare legname, mettere in moto mazze per battere materiali vari (come le fibre per la fabbricazione della carta), azionare telai e forge; e ancora concerie e lavaggio tessuti beneficiano delle acque mormoranti del fiume. È l’inizio di una tradizione artigiana che diventerà industriale.
Oggi, di tutti quei mulini che un tempo, a rischio di periodiche inondazioni, popolavano il fondovalle dai dintorni di Varese fino a Nerviano (un documento del 1608, due anni dopo la nascita dell’antichissimo Consorzio del Fiume Olona, ne contava non meno di 116), ne restano ben pochi.
Partendo dalle sorgenti, i primi impianti molinatori di rilievo storico che si incontrano lungo l'Olona sono i mulini Grassi di Varese, che sono stati costruiti tra il XVI ed il XIX secolo. Sono stati ristrutturati per essere adibiti ad abitazione ed hanno, sui muri esterni, alcuni esempi di meridiane di grande interesse storico ed un pregevole affresco del 1675. Più a sud sono presenti i mulini Sonzini di Gurone, che sono anteriori 1772 e che sono stati adibiti ad abitazioni. Sono rimasti in attività fino al 1970. A Vedano Olona è situato il mulino alle Fontanelle. Già presente nel 1772, possedeva una macina da grano ed un torchio. Subì un primo abbandono negli anni venti, poi fu ristrutturato negli anni settanta e di nuovo abbandonato nel decennio successivo. 
A Castellazzo, località di Fagnano Olona, è situato il mulino Bosetti. Già censito come mulino Visconti nel 1772, fu catalogato come mulino del Ponte nel 1857 prima di assumere la denominazione di mulino Bosetti negli anni seguenti. Nel 1982 risultavano accessibili le sole abitazioni, mentre il resto è abbandonato. A Castelseprio è presente il mulino Zacchetto, che fu attivo per fini agricoli dal XVIII al XIX secolo. Divenne prima sede della società Pagani (anni venti), per poi venire trasformato in centrale elettrica. Dagli anni ottanta risulta abbandonato.
A Gornate Superiore, frazione di Castiglione Olona, è situato il mulino del Celeste. Già mulino Mariani nel 1772 e mulino Guidali nel 1857, fu registrato con l'attuale denominazione nel 1881. Disponeva di torchi da olio ed di una macina da grano. Dal 1930 è stato adattato ad abitazioni private. A Lonate Ceppino è situato il mulino Taglioretti. Anch'esso, nel 1722, era di proprietà Mariani. Prese la denominazione mulino Taglioretti nel XIX secolo. Fu a servizio della cartiera Canziani del 1901 e del cartonificio Samec dal 1920. Nel 1982 risultava abbandonato. A Gornate Olona sono presenti i mulini di Torba e San Pancrazio. Entrambi esistenti prima del 1772, assunsero i nomi delle rispettive frazioni del 1857. Cessarono le attività molinatorie verso metà del XX secolo. Sono in gran parte adibiti ad abitazioni. Ad Olgiate Olona è situato il mulino del Sasso. È ben conservato e quindi è in corso un progetto che prevede il ripristino completo dell'impianto idraulico.
Nel 1772, secondo una relazione, i mulini censiti in località Legnano erano 10, sono giunte al XXI secolo solamente le rovine del mulino denominato "Sotto il Castello" o Cornaggia. Situato in via Molini, sull'isola dell'Olona dove sorge il castello di Legnano, risale alla prima metà del XVI secolo. Il mulino è in rovina e presenta evidenti crolli strutturali e deterioramenti diffusi.
Tutti questi mulini, o quello che ne rimane si possono ammirare lungo la ciclopedonale della Valle Olona
Fagnano Olona - mulino del Sasso


Legnano - cotonificio Dell'Acqua

Mulino Lepori - Lonate C.


Mulino Schiatti - Legnano (1930)

mulino bosetti - Fagnano Olona

lavatoio - Marnate

Molino Lepori - Lonate C.

un mulino di San Vittore in una foto d'epoca

Un mulino sull'Olona a Legnano in un'immagine del 1902

martedì 5 luglio 2016

VILLA MAGNANI E LA CAPPELLA FUNEBRE DI FAMIGLIA - INDUNO OLONA (VA)

La villa venne progettata nel 1903 da Ulisse Stacchini per Angelo Magnani, il successore di Angelo Poretti alla guida della fabbrica. Ricordiamo che Stacchini sarà vincitore, nel 1912, del concorso per la Stazione Centrale di Milano. La costruzione venne ultimata nel 1905. Si trova in posizione dominante rispetto alla fabbrica, all'interno del parco progettato dallo stesso Stacchini. Il volume verticale dell'edificio è ritmato dall'alternarsi delle aperture, sottolineate dagli stipiti decorati a motivi floreali. Notevoli sono, all'esterno, gli elementi decorativi plastici a sfondo naturalistico: erme dal volto femminile e cornici floreali. Le fasce orizzontali in laterizio e le decorazioni rigidamente geometriche dei ferri riprendono invece l'apparato decorativo della birreria. All'interno stucchi e dipinti murali gialli e grigi, riprendono i colori della vicina fabbrica di birra. La torretta vetrata è stata edificata fra le due guerre, coprendo la preesistente terrazza. L'edificio è sede amministrativa della fabbrica.
L'edifico progettato dall'Architetto Ulisse Stacchini venne commissionato dalla famiglia Magnani e costruito nel 1912. Le decorazioni pittoriche a motivi geometrici con andamento lineare valorizzano le aperture delle facciate esterne differenti dalla vicina Villa Magnani, dove la scelta dell'architetto ha privilegiato l'utilizzo di materiali differenti e l'inserimento di elementi plastici decorativi. Poco più avanti si trova il cimitero, con la cappella funebre della Famiglia Magnani, realizzata nel 1919 dal celebre scultore Enrico Butti di Viggiù. L'opera di gusto non propriamente Liberty ha la forma di una pagoda in pietra poggiante su un elefante bronzeo a grandezza naturale a ricordo delle suggestioni culturali e religiose del committente.
L’elefante ha dimensioni quasi pari ad uno vero, l’edicola venne costruita da Enrico Butti noto scultore di Viggiù realizzata in collaborazione con l’ingegner Ernesto Brusa di Varese, l’opera fu voluta proprio dal Magnani, nipote di Angelo Poretti.
Angelo Magnani morì il 19 maggio del 1924.
Per visitarla basta andare al piccolo cimitero di Bregazzana