Nel paese di Origgio fu costruito un convitto per le operaie, impiegate presso la vicina fabbrica. La Ma.Li.Ca, ovvero Manifattura Lombarda Lino e Canapa, fu creata dalla famiglia Bassetti nel 1925. L'attività iniziò nel 1926, (secondo altra fonte nel 1922) poi lo stabilimento fu ampliato nel 1931. A quel tempo vi trovarono occupazione 550 persone.
La famiglia Bassetti era impegnata nella lavorazione del lino dal 1885, quando Giovanni Bassetti Senior rilevò una fabbrica per la tessitura a mano, a Rescaldina, vicino a Legnano. Furono poi i figli a sviluppare l'attività, e la moglie Rosa Piantanida, con l'amministratore Alessandro Ottolini, il suo successivo marito. Negli anni Sessanta Bassetti era la società più importante lino canapiera in Italia. Rilevarono peraltro anche lo storico birrificio Poretti nel 1938.
Come in molte altre famiglie industriali l'impronta assistenziale si evidenziò in opere a favore dei dipendenti, oltre che per la comunità. Un altro convitto fu costruito presso un'altra manifattura del gruppo, a Rescaldina.
Le operaie vivevano presso questo istituto gestito da suore. Un passaggio sotterraneo, trovato murato dopo alcune decine di metri, permetteva di accedere alla manifattura, ormai non più esistente da tempo, oltre la strada che divideva i due siti. Su quell'area industriale oggi è presente una società di autotrasporti.
Ormai ridotto in pessime condizioni, nel 2011 il convitto è stato abbattuto.
Non gli si attribuiva particolare pregio, essendo un servizio a supporto dell'attività produttiva locale. La data di costruzione non è stata rilevata. Molto scarse le notizie in Internet.
Chiunque abbia notizie più approfondite non esiti a contattarci......grazie!
lunedì 22 agosto 2016
sabato 13 agosto 2016
LA POLVERIERA DI TAINO (VA)
Nel 1907 la società milanese dell’ing. Ottorino Magnani acquistò un appezzamento di terreno di privati in località Campaccio con l’intenzione di costruirvi una fabbrica per la produzione della polvere esplosiva “Albite” che dovette cedere per mancanza di fondi alla società francese DAVEY BICKFORD & SMITH. I primi due depositi per gli esplosivi furono costruiti nel 1913 al Campaccio e alla cascina Tognoli nei pressi del lago e, l’anno successivo, iniziò la produzione di micce e capsule detonanti. Inizialmente furono impiegati 50 donne e 13 uomini. Nel 1914 ebbe così inizio la vita di questa azienda che si è protratta fino al 1972 eper la quale hanno lavorato diverse generazioni di tainesi. La grande espansione della Polveriera si verificò negli anni compresi tra la prima e la seconda guerra mondiale (1915-1945). Lo stabilimento, pressato dalle esigenze belliche, ampliò man mano gli iniziali modesti impianti acquistando altri terreni ed arrivò ad occupare fino 1500 addetti. I tainesi impiegati arrivarono ad essere oltre 300.
Dopo l’8 settembre 1943 la Polveriera fu presidiata da un comando militare tedesco agli ordini del maggiore Rose. Vani furono i tentativi degli aerei alleati di colpire la fabbrica, molto ben protetta dai terrapieni e nascosta dagli alberi. Solo nel gennaio 1945 tre caccia bombardieri colpirono, facendoli esplodere, i depositi in località Bruschera, senza causare vittime. Nel dopoguerra la Polveriera continuò la propria attività, producendo tra l’altro migliaia di chilometri di micce detonanti utilizzate per il traforo del Monte Bianco. Nel 1952 la Polveriera fu acquisita dalla società MONTECATINI. Nel 1969 a seguito della fusione della Montecatini con la società Edison la Polveriera di Taino divenne parte del gruppo MONTEDISON e da quel momento iniziarono profondi cambiamenti. La fabbrica non era più remunerativa e, dopo qualche vano tentativo di trasformarne la produzione, la proprietà ne decise lo smantellamento. A mezzanotte del 25 novembre 1972 la Polveriera fu chiusa definitivamente. Finì così l’attività produttiva del più grande stabilimento insediatosi sul territorio di Taino dopo circa 60 anni di attività costati ai lavoratori 39 morti ed un numero elevato di feriti e mutilati.
Sabato 27 luglio 1935 alle prime ore del turno pomeridiano, esattamente alle 14,35 si verificò uno scoppio nel capannone adibito all’imballaggio dei materiali, lungo circa 15 metri ed alto 4, ubicato in posizione eccentrica rispetto alla restante parte dello stabilimento. La violenza dell’esplosione causò la rovina dell’intero fabbricato.
Nel reparto imballaggio lavoravano maestranze femminili coadiuvate da alcuni uomini per i lavori più pesanti.Immediatamente dopo l’esplosione, chiaramente avvertita anche nei paesi vicini, la gente accorse numerosa. Giunsero subito anche i soldati del 27° Artiglieria della
Divisione Legnano attestati sulle alture circostanti per esercitazioni campali, i carabinieri e i militi dei paesi limitrofi. Le operazioni di soccorso durarono tutta la notte nella vana speranza di trovare
qualche superstite. La realtà si presentò più tragica del previsto. Alle prime luci dell’alba del giorno successivo, una volta terminato lo sgombro delle macerie, si contarono trentacinque vittime, tre uomini e trentadue donne, identificabili a fatica.
E adesso, dopo 40 anni di abbandono, ciò che rimane sono solo edifici mezzi diroccati e capannoni sventrati. Resti che adesso stanno crollando a pezzi, è come se l’ex polveriera stesse per essere inglobata dal bosco che per anni l’ha protetta dalle incursioni aree.
Dopo l’8 settembre 1943 la Polveriera fu presidiata da un comando militare tedesco agli ordini del maggiore Rose. Vani furono i tentativi degli aerei alleati di colpire la fabbrica, molto ben protetta dai terrapieni e nascosta dagli alberi. Solo nel gennaio 1945 tre caccia bombardieri colpirono, facendoli esplodere, i depositi in località Bruschera, senza causare vittime. Nel dopoguerra la Polveriera continuò la propria attività, producendo tra l’altro migliaia di chilometri di micce detonanti utilizzate per il traforo del Monte Bianco. Nel 1952 la Polveriera fu acquisita dalla società MONTECATINI. Nel 1969 a seguito della fusione della Montecatini con la società Edison la Polveriera di Taino divenne parte del gruppo MONTEDISON e da quel momento iniziarono profondi cambiamenti. La fabbrica non era più remunerativa e, dopo qualche vano tentativo di trasformarne la produzione, la proprietà ne decise lo smantellamento. A mezzanotte del 25 novembre 1972 la Polveriera fu chiusa definitivamente. Finì così l’attività produttiva del più grande stabilimento insediatosi sul territorio di Taino dopo circa 60 anni di attività costati ai lavoratori 39 morti ed un numero elevato di feriti e mutilati.
Sabato 27 luglio 1935 alle prime ore del turno pomeridiano, esattamente alle 14,35 si verificò uno scoppio nel capannone adibito all’imballaggio dei materiali, lungo circa 15 metri ed alto 4, ubicato in posizione eccentrica rispetto alla restante parte dello stabilimento. La violenza dell’esplosione causò la rovina dell’intero fabbricato.
Nel reparto imballaggio lavoravano maestranze femminili coadiuvate da alcuni uomini per i lavori più pesanti.Immediatamente dopo l’esplosione, chiaramente avvertita anche nei paesi vicini, la gente accorse numerosa. Giunsero subito anche i soldati del 27° Artiglieria della
Divisione Legnano attestati sulle alture circostanti per esercitazioni campali, i carabinieri e i militi dei paesi limitrofi. Le operazioni di soccorso durarono tutta la notte nella vana speranza di trovare
qualche superstite. La realtà si presentò più tragica del previsto. Alle prime luci dell’alba del giorno successivo, una volta terminato lo sgombro delle macerie, si contarono trentacinque vittime, tre uomini e trentadue donne, identificabili a fatica.
E adesso, dopo 40 anni di abbandono, ciò che rimane sono solo edifici mezzi diroccati e capannoni sventrati. Resti che adesso stanno crollando a pezzi, è come se l’ex polveriera stesse per essere inglobata dal bosco che per anni l’ha protetta dalle incursioni aree.
Fonti storiche: http://www.taino-va.it/
mercoledì 10 agosto 2016
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L'UFO CADUTO A VERGIATE E CENSURATO DA MUSSOLINI - 1933
In pochi sanno che in Italia, nel 1933, nell'area tra Sesto Calende e Vergiate, capitò un fatto straordinario, che può essere a ragione veduta considerato il primo vero reale caso ufologico del mondo in assoluto, che mise in subbuglio la comunità locale ed anche la stampa nazionale, a tal punto da costringere il Regime Fascista ad intervenire direttamente per mettere sotto silenzio una vicenda così scomoda ed eclatante, istituendo addirittura un Gabinetto, nell’ambito del neonato CNR, dedicato appositamente allo studio specifico del caso, la cui importanza fu tale che di questo ufficio fecero parte alcuni dei più importanti luminari dell’epoca, tra cui Marconi, e alcuni dei gerarchi fascisti di maggior peso, come Italo Balbo e Galeazzo Ciano.
Nel giugno del 1933 qualcosa di strano accadde. Qualcosa sfrecciò sui cieli di Milano e infine precipitò o atterrò tra Vergiate e Sesto. I fascisti parlarono di velivolo non convenzionale e immaginarono subito l'arma segreta di una potenza straniera.
Nei documenti inviati al CUN sono presenti dei disegni fatti a mano, che descrivono un velivolo cilindrico, con una strozzatura poco prima del fondo, sulla cui fiancata erano presenti degli oblò da cui uscivano alternatamente delle luci bianche e rosse. Lo stesso giorno, alle 17.07, un dispaccio proveniente dalla Agenzia Stefani, di carattere “riservatissimo” informava che:
«D’ordine personale del Duce disponesi immediato – dicesi immediato – arresto diffusione notiza relativa at aeromobile natura et provenienza sconosciute di cui at dispaccio Stefani data odiernna hore 7.30 (…) Dir Gen Affari Generali. Fine stop».
“La Cronaca Prealpina” del 20/06/1933 e su altri periodici nazionali, uscirono alcuni articoli che parlavano di UFO e marziani, argomenti quasi del tutto inediti al grande pubblico dell’epoca. Che cosa scatenò le fantasie popolari? Ma soprattutto: perché il Regime, nelle sue più alte sfere, era così preoccupato? Nei giorni seguenti, infatti, ebbero luogo imprevisti spostamenti di dirigenti industriali dalle locali industrie aeronautiche, di questori, dirigenti politici e addirittura del Federale Brusa che fu rimosso dall’incarico e sostituito da un altro fedelissimo del regime. Intervenne la OVRA per assicurarsi che i testimoni diretti di questo avvenimento tacessero o venissero messi nelle condizioni di non divulgare alcuna notizia. Scomparvero numerosi documenti ed iniziò un’opera di occultamento e depistaggio, coordinata dall’Agenzia Stefani, per smontare il caso. Furono stabilite condanne e pene severissime per chiunque avesse parlato e, infine, per tenere sotto controllo ogni fuga di notizie, su proposta pare addirittura di Giovanni Gentile fu creato un apposito ufficio nell’ambito del CNR, il Gabinetto RS/33, cui fu affidato lo studio e l’analisi del caso.
Un altro telegramma dell’epoca, sempre partito dall’Agenzia Stefani chiarisce inequivocabilmente la gravità del fatto:
«Caro Alfredo,
del caso Moretti non si può parlare che a quattr’occhi data la delicatezza e la particolarità della vicenda. Il Gabinetto RS/33 è ormai un ente autonomo e nessuno può scriverne senza le indicazioni opportune. Per quanto ne so e posso confidarti, l’ente è formato da soli scienziati italiani, ma la presenza di elementi germanici è quasi certa, soprattutto per le concessioni dello stesso Duce che aspira alla reciprocità. Se mi chiedi consiglio eccolo: non dire a nessuno – ripeto nessuno e ciò comprende anche i parenti più stretti – quanto hai visto. (…) Posso assicurarti che un caso analogo precedente si è concluso con il ricovero in manicomio. Dunque, occuparti di certe cose può essere pericoloso. Distruggi questo foglio dopo la lettura».
I resti e gli occupanti di quel velivolo, furono trasferiti nei capannoni della SIAI-Marchetti a S.Anna di Vergiate.
.Il 17 marzo del ‘43 un capannone dello stabilimento di Vergiate viene dato alle fiamme. Qualche giorno dopo un commando (partigiani?) tenta di distruggere alcuni aerei pronti al decollo.
Una curiosità e un interrogativo. Lo stabilimento di Sesto Calende è risparmiato dai bombardamenti alleati. Quello di Vergiate, distante solo pochi chilometri, viene colpito ben nove volte. C’era qualcosa in uno degli hangar di Sesto Calende? Qualcosa che doveva essere preservato? Se c’era, è sparito.
Nel giugno del 1933 qualcosa di strano accadde. Qualcosa sfrecciò sui cieli di Milano e infine precipitò o atterrò tra Vergiate e Sesto. I fascisti parlarono di velivolo non convenzionale e immaginarono subito l'arma segreta di una potenza straniera.
Nei documenti inviati al CUN sono presenti dei disegni fatti a mano, che descrivono un velivolo cilindrico, con una strozzatura poco prima del fondo, sulla cui fiancata erano presenti degli oblò da cui uscivano alternatamente delle luci bianche e rosse. Lo stesso giorno, alle 17.07, un dispaccio proveniente dalla Agenzia Stefani, di carattere “riservatissimo” informava che:
«D’ordine personale del Duce disponesi immediato – dicesi immediato – arresto diffusione notiza relativa at aeromobile natura et provenienza sconosciute di cui at dispaccio Stefani data odiernna hore 7.30 (…) Dir Gen Affari Generali. Fine stop».
“La Cronaca Prealpina” del 20/06/1933 e su altri periodici nazionali, uscirono alcuni articoli che parlavano di UFO e marziani, argomenti quasi del tutto inediti al grande pubblico dell’epoca. Che cosa scatenò le fantasie popolari? Ma soprattutto: perché il Regime, nelle sue più alte sfere, era così preoccupato? Nei giorni seguenti, infatti, ebbero luogo imprevisti spostamenti di dirigenti industriali dalle locali industrie aeronautiche, di questori, dirigenti politici e addirittura del Federale Brusa che fu rimosso dall’incarico e sostituito da un altro fedelissimo del regime. Intervenne la OVRA per assicurarsi che i testimoni diretti di questo avvenimento tacessero o venissero messi nelle condizioni di non divulgare alcuna notizia. Scomparvero numerosi documenti ed iniziò un’opera di occultamento e depistaggio, coordinata dall’Agenzia Stefani, per smontare il caso. Furono stabilite condanne e pene severissime per chiunque avesse parlato e, infine, per tenere sotto controllo ogni fuga di notizie, su proposta pare addirittura di Giovanni Gentile fu creato un apposito ufficio nell’ambito del CNR, il Gabinetto RS/33, cui fu affidato lo studio e l’analisi del caso.
Un altro telegramma dell’epoca, sempre partito dall’Agenzia Stefani chiarisce inequivocabilmente la gravità del fatto:
«Caro Alfredo,
del caso Moretti non si può parlare che a quattr’occhi data la delicatezza e la particolarità della vicenda. Il Gabinetto RS/33 è ormai un ente autonomo e nessuno può scriverne senza le indicazioni opportune. Per quanto ne so e posso confidarti, l’ente è formato da soli scienziati italiani, ma la presenza di elementi germanici è quasi certa, soprattutto per le concessioni dello stesso Duce che aspira alla reciprocità. Se mi chiedi consiglio eccolo: non dire a nessuno – ripeto nessuno e ciò comprende anche i parenti più stretti – quanto hai visto. (…) Posso assicurarti che un caso analogo precedente si è concluso con il ricovero in manicomio. Dunque, occuparti di certe cose può essere pericoloso. Distruggi questo foglio dopo la lettura».
I resti e gli occupanti di quel velivolo, furono trasferiti nei capannoni della SIAI-Marchetti a S.Anna di Vergiate.
.Il 17 marzo del ‘43 un capannone dello stabilimento di Vergiate viene dato alle fiamme. Qualche giorno dopo un commando (partigiani?) tenta di distruggere alcuni aerei pronti al decollo.
Una curiosità e un interrogativo. Lo stabilimento di Sesto Calende è risparmiato dai bombardamenti alleati. Quello di Vergiate, distante solo pochi chilometri, viene colpito ben nove volte. C’era qualcosa in uno degli hangar di Sesto Calende? Qualcosa che doveva essere preservato? Se c’era, è sparito.
lunedì 8 agosto 2016
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mercoledì 3 agosto 2016
LE CASE DI TOLLERANZA A VARESE
A Varese ce n’erano due, una di lusso, da dieci lire, e una a buon mercato, cinque lire. Entrambe in via Idria, in una zona un po’ defilata, a ridosso delle Ferrovie nord, dietro via Maspero. Entrambe di proprietà del "milanese". Una a destra e una a sinistra, una di fronte all’altra.
Stiamo parlando della Varese fine anni ’50, per la precisione della città giardino così come si presentava fino a quel 20 febbraio 1958. Data in cui il Parlamento italiano abolì le case chiuse approvando la legge 75/58 promossa dalla senatrice socialista Angelina Merlin.
Ogni quindicina le ragazze cambiavano. Passavano con una carrozza dal centro della città, tutti lo sapevano e tutti le aspettavano. Andavano in questura per le registrazioni di rito e le visite mediche e poi subito in via Idria. Solitamente le ragazze non erano più di sei, tutte sui trent’anni. Una di queste veniva chiamata "topolino", perché minuta, era la più richiesta per certe sue prestazioni. Quando se ne andava tutti si affannavano a chiedere quando tornava.
A trovare le signorine ci andavano tutti anche le autorità. Nel casìno da cinque lire c’erano due entrate, quella principale e quella secondaria. Spesso quando arrivavano le autorità, laiche e non laiche, venivano fatte passare da dietro e l’entrata principale veniva bloccata per evitare che fossero riconosciuti.
Non esistevano i protettori, ma solo gli amici delle ragazze, e qualcuno di questi, dopo la chiusura delle case, se le è sposate. I controlli della polizia erano ferrei. I questurini passavano ogni sera a controllare, solitamente intorno alle dieci. I casini erano luoghi sicuri, a quei tempi c’era poco da scherzare. Magari rimorchiavano anche qualche marchetta gratis, ma tenevano tutto sotto controllo.
Le due case, seppure differenziate nelle tariffe, avevano una struttura molto simile. Sei stanze, dove le ragazze eseguivano le prestazioni e dormivano, un salone con delle panchine al piano terra, e una sala da pranzo dove le ragazze, la maitresse e gli amici mangiavano insieme. Per le autorità c’era anche un privè, un salottino al riparo da occhi indiscreti
La maitresse ,la Lina, era un donnone pratico, era della provincia pavese, e se ne stava sempre alla cassa, con in mano un frustino. Mentre all’entrata c’era la portinaia che controllava i documenti, ed erano molti quelli che li falsificavano.
Il casìno c’era anche a Luino, a Como e a Intra. Ma i più ambiti erano quelli di Milano, quello di via Meravigli e quello di via Fiori Chiari, mentre quello di via Botonuto aveva una brutta nomea.
Il 20 settembre del 1958, la legge Merlin liberalizza la prostituzione. A Varese le case di tolleranza chiusero due giorni prima di quello stabilito per legge.
E così le ragazze di via Idria si trovarono in mezzo alla strada, ad accoglierle solo qualche trattoria o piccole pensioni, che qualche camera potevano ancora affittarla per permettergli di continuare ad esercitare il mestiere più antico del mondo. Qualcuna portò all’altare l’amico della casa e qualcuna ritornò al suo paese.
Argomento un po' "particolare"......ma fa parte anch'esso della nostra storia.....
Stiamo parlando della Varese fine anni ’50, per la precisione della città giardino così come si presentava fino a quel 20 febbraio 1958. Data in cui il Parlamento italiano abolì le case chiuse approvando la legge 75/58 promossa dalla senatrice socialista Angelina Merlin.
Ogni quindicina le ragazze cambiavano. Passavano con una carrozza dal centro della città, tutti lo sapevano e tutti le aspettavano. Andavano in questura per le registrazioni di rito e le visite mediche e poi subito in via Idria. Solitamente le ragazze non erano più di sei, tutte sui trent’anni. Una di queste veniva chiamata "topolino", perché minuta, era la più richiesta per certe sue prestazioni. Quando se ne andava tutti si affannavano a chiedere quando tornava.
A trovare le signorine ci andavano tutti anche le autorità. Nel casìno da cinque lire c’erano due entrate, quella principale e quella secondaria. Spesso quando arrivavano le autorità, laiche e non laiche, venivano fatte passare da dietro e l’entrata principale veniva bloccata per evitare che fossero riconosciuti.
Non esistevano i protettori, ma solo gli amici delle ragazze, e qualcuno di questi, dopo la chiusura delle case, se le è sposate. I controlli della polizia erano ferrei. I questurini passavano ogni sera a controllare, solitamente intorno alle dieci. I casini erano luoghi sicuri, a quei tempi c’era poco da scherzare. Magari rimorchiavano anche qualche marchetta gratis, ma tenevano tutto sotto controllo.
Le due case, seppure differenziate nelle tariffe, avevano una struttura molto simile. Sei stanze, dove le ragazze eseguivano le prestazioni e dormivano, un salone con delle panchine al piano terra, e una sala da pranzo dove le ragazze, la maitresse e gli amici mangiavano insieme. Per le autorità c’era anche un privè, un salottino al riparo da occhi indiscreti
La maitresse ,la Lina, era un donnone pratico, era della provincia pavese, e se ne stava sempre alla cassa, con in mano un frustino. Mentre all’entrata c’era la portinaia che controllava i documenti, ed erano molti quelli che li falsificavano.
Il casìno c’era anche a Luino, a Como e a Intra. Ma i più ambiti erano quelli di Milano, quello di via Meravigli e quello di via Fiori Chiari, mentre quello di via Botonuto aveva una brutta nomea.
Il 20 settembre del 1958, la legge Merlin liberalizza la prostituzione. A Varese le case di tolleranza chiusero due giorni prima di quello stabilito per legge.
E così le ragazze di via Idria si trovarono in mezzo alla strada, ad accoglierle solo qualche trattoria o piccole pensioni, che qualche camera potevano ancora affittarla per permettergli di continuare ad esercitare il mestiere più antico del mondo. Qualcuna portò all’altare l’amico della casa e qualcuna ritornò al suo paese.
Argomento un po' "particolare"......ma fa parte anch'esso della nostra storia.....
lunedì 1 agosto 2016
LA GUGLIA DEL CONTE - IL MISTERO DI VIA CARACCIOLO (VARESE)
La storia racconta che la guglia di via Caracciolo appartenesse al monumento funebre della famiglia Baragiola e si trovasse nell'antico cimitero di Masnago. Dal trasferimento del campo santo in poi, però, è prevalsa l'incertezza sul nuovo proprietario: il comune? la Soprintendenza? il titolare del negozio di materiale edile? Un mistero ancora fitto.
Si trova lì da più di 100 anni ma nessuno ne sa niente. È il monumento funebre della famiglia Baragiola di via Caracciolo, ormai sommerso da materiale edile e dalla noncuranza generale dei varesini. Questo brandello d'arte è quello che rimane del vecchio cimitero di Masnago: una guglia in stile neogotico che svetta accanto all'omonima villa , ora sede di alcuni uffici del comune di Varese, tra i quali l'urbanistica e il personale. La Villa, acquisita nel 2001 dal Comune di Varese, porta il nome della nobile famiglia milanese dei Baragiola proprietari di diversi terreni. la proprietà è poi passata negli anni Trenta del Novecento al banchiere Giacomo Tedeschi per poi diventare nel 1941 Seminario Arcivescovile
Difficile risalire al trascorso storico del monumento.
La data incisa sulle pareti della guglia è il 1877, si tratta presumibilmente dell'anno di edificazione, ma trovare cenni storici al riguardo non è facile. Almeno dal momento del trasferimento del vecchio cimitero di Masnago in poi, quando cioè le ossa furono spostate nel campo santo di via Piemonte insieme al monumento. Tutto trasferito tranne la guglia, che è stata ereditata dal proprietario del terreno. Oggi su quell'antico cimitero, infatti, c'è un negozio di materiale edile che ha inglobato il monumento funebre tra piastrelle e cemento. Difficile quindi stabilire chi sia ora il suo legittimo proprietario.
Effettivamente la compravendita risale a parecchi anni fa. Anche l'acquisto di Villa Baragiola fu fatto dalla precedente amministrazione, nel 2001. Ma possibile che nessuno si sia mai interrogato sul monumento? Eppure non passa inosservato. Si può vedere chiaramente dalla strada, passando davanti al negozio di via Caracciolo. Proprio all'ingresso dell'attività, nel parcheggio, tra furgoni e pezzi di cemento, svetta il manufatto neogotico.
Si trova lì da più di 100 anni ma nessuno ne sa niente. È il monumento funebre della famiglia Baragiola di via Caracciolo, ormai sommerso da materiale edile e dalla noncuranza generale dei varesini. Questo brandello d'arte è quello che rimane del vecchio cimitero di Masnago: una guglia in stile neogotico che svetta accanto all'omonima villa , ora sede di alcuni uffici del comune di Varese, tra i quali l'urbanistica e il personale. La Villa, acquisita nel 2001 dal Comune di Varese, porta il nome della nobile famiglia milanese dei Baragiola proprietari di diversi terreni. la proprietà è poi passata negli anni Trenta del Novecento al banchiere Giacomo Tedeschi per poi diventare nel 1941 Seminario Arcivescovile
Difficile risalire al trascorso storico del monumento.
La data incisa sulle pareti della guglia è il 1877, si tratta presumibilmente dell'anno di edificazione, ma trovare cenni storici al riguardo non è facile. Almeno dal momento del trasferimento del vecchio cimitero di Masnago in poi, quando cioè le ossa furono spostate nel campo santo di via Piemonte insieme al monumento. Tutto trasferito tranne la guglia, che è stata ereditata dal proprietario del terreno. Oggi su quell'antico cimitero, infatti, c'è un negozio di materiale edile che ha inglobato il monumento funebre tra piastrelle e cemento. Difficile quindi stabilire chi sia ora il suo legittimo proprietario.
Effettivamente la compravendita risale a parecchi anni fa. Anche l'acquisto di Villa Baragiola fu fatto dalla precedente amministrazione, nel 2001. Ma possibile che nessuno si sia mai interrogato sul monumento? Eppure non passa inosservato. Si può vedere chiaramente dalla strada, passando davanti al negozio di via Caracciolo. Proprio all'ingresso dell'attività, nel parcheggio, tra furgoni e pezzi di cemento, svetta il manufatto neogotico.
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